Un nome che non rispecchia gli ingredienti, un’origine probabilmente inventata e una storia editoriale travagliata: l’Oriental è uno di quei cocktail a base di rye whiskey, vermouth e curaçao che la renaissance della miscelazione classica ha finora lasciato ai margini. Eppure la sua vicenda è tutt’altro che banale.
Storia e paternità
La prima ricetta documentata dell’Oriental compare nel 1930 nel celebre “The Savoy Cocktail Book” di Harry Craddock, che ne fornisce anche una spiegazione sull’origine del nome. Secondo il racconto riportato, nell’agosto del 1924 un ingegnere americano, colpito da una febbre acuta nelle Filippine, sarebbe stato salvato da un medico locale identificato solo come Dr. B.; in segno di gratitudine, gli avrebbe rivelato la ricetta del drink. Gli storici della mixology ritengono tuttavia, con buona unanimità, che il cocktail sia stato con ogni probabilità elaborato a Londra, all’american bar del Savoy Hotel, dallo stesso Craddock, e che la leggenda dell’ingegnere e del medico sia stata costruita a posteriori per giustificare il nome. Sul piano storico-epidemiologico, la febbre descritta nel racconto potrebbe essere compatibile con la dengue, malattia trasmessa dalle zanzare e diffusa nel Sud-est asiatico dell’epoca, strettamente imparentata con la febbre gialla.
Le varianti nei ricettari
Nei decenni successivi alla pubblicazione del Savoy, l’Oriental viene ripreso da più autori, spesso con interpretazioni divergenti. “The Official Mixer’s Manual” di Patrick Gavin Duffy (1934) e la “Bartender’s Guide” di Trader Vic (1947) lo citano come denominazione alternativa del Bronx Silver Cocktail, a base di gin, vermouth bianco, vermouth rosso, succo d’arancia e albume, guarnito con una fetta di ananas. Nel 1936 Peppino Manzi, in “Mille Misture”, propone a sua volta un Oriental costruito su gin anziché su rye whiskey. David Embury, nel 1948 in “The Fine Art of Mixing Drinks”, registra un ulteriore slittamento: in alcuni contesti il nome Oriental veniva applicato all’Alaska Cocktail, preparato con gin e Chartreuse gialla. Il quadro che emerge è quello di un drink abbastanza noto da essere citato, ma non abbastanza codificato da resistere alle reinterpretazioni.
La codifica IBA e il declino
A mettere ordine interviene nel 1961 l’International Bartenders Association, che include l’Oriental nella propria prima codifica ufficiale, riprendendo nella sostanza la ricetta di Craddock con alcune variazioni nelle proporzioni e sostituendo il lime con il limone. Il drink rimane tuttavia vulnerabile: con la prima revisione della lista IBA, nel 1986, viene rimosso e da allora non vi ha fatto più ritorno. Gli anni Settanta e Ottanta, periodo difficile per l’intera miscelazione classica, avevano già contribuito a relegarlo nell’oblio. Nonostante il rinnovato interesse per le ricette pre-proibizioniste, l’Oriental resta oggi poco frequentato, con l’eccezione di alcuni bartender orientati alla riscoperta del repertorio storico.
2/4 (40 ml) rye whiskey
1/4 (20 ml) vermouth rosso
1/4 (20 ml) curaçao bianco
2 cucchiaini succo di limone fresco
Una variante e il food pairing
Tra le varianti segnalate figura il James Joyce, che sostituisce il rye whiskey con whiskey irlandese lasciando invariati gli altri ingredienti e le proporzioni. Sul fronte degli abbinamenti, il profilo agrumato e speziato dell’Oriental si presta all’aperitivo con finger food come tataki di tonno con salsa agrumata e zenzero, mini yakitori di pollo glassati — dove dolcezza e leggera affumicatura bilanciano la struttura alcolica — salmone affumicato su blinis con aneto, o crostini con paté di fegatini e arancia, abbinamento che valorizza tanto la componente di vermouth quanto quella agrumata del drink.


