Per anni il pre-drinking è stato considerato un fenomeno legato soprattutto agli studenti universitari americani: bottiglie condivise nei dormitori, drink consumati velocemente prima di concerti o serate nei locali, una pratica spesso associata ai budget ridotti dei più giovani.
Oggi, però, negli Stati Uniti segnati da inflazione, incertezza economica e consumi sempre più polarizzati, questa abitudine starebbe riemergendo con caratteristiche differenti e coinvolgendo fasce d’età più adulte.
Non sarebbero più soltanto gli studenti a scegliere di bere prima di uscire, ma anche consumatori tra i 30 e i 40 anni che, per limitare le spese, deciderebbero consapevolmente di consumare alcolici in casa prima della serata e talvolta anche al rientro, attraverso il cosiddetto post-gaming, una sorta di “ultimo drink” domestico.
Il fenomeno è stato recentemente analizzato dal Wall Street Journal, che ha dedicato un approfondimento alla crescente diffusione di questo comportamento nelle grandi città americane, tra nightlife, concerti e locali. Una pratica nata nell’ambiente universitario ma oggi inserita in uno scenario economico e sociale profondamente cambiato.
Secondo i dati della consumer insights company Zappi riportati dal quotidiano statunitense, quasi un terzo degli intervistati dichiarerebbe di ricorrere al pre-drinking per ridurre il costo delle consumazioni fuori casa.
A incidere sarebbe anche il prezzo medio dei cocktail negli Stati Uniti che, secondo Technomic, avrebbe raggiunto i 13,61 dollari, con cifre sensibilmente più elevate nei principali centri urbani.
A New York, ad esempio, un cocktail da 20 dollari verrebbe ormai considerato normale, tanto che alcuni consumatori preferirebbero preparare più drink in casa spendendo quanto una singola ordinazione al bar.
Tra chi sostiene che il costo delle consumazioni condizioni la decisione di uscire, il 37% sceglierebbe di bere prima della serata, mentre il 41% opterebbe per acqua o proposte analcoliche.
Nemmeno il vino sembrerebbe immune a questa trasformazione. Da sempre associato alla convivialità e alla permanenza nel ristorante, entrerebbe oggi anch’esso in una logica di contenimento della spesa.
Questo cambiamento starebbe iniziando a produrre effetti concreti anche sull’industria beverage, con i grandi gruppi internazionali impegnati nell’adattare prodotti e formati alle nuove abitudini di consumo.
L’attenzione si starebbe concentrando soprattutto sui mini formati, considerati ideali per un consumo pratico, discreto e anticipato rispetto all’esperienza nel fuori casa. Bottiglie piccole, semplici da trasportare e pensate per essere consumate prima di concerti o eventi, riducendo così la spesa all’interno dei locali.
In questo scenario si inserirebbero la crescita della domanda di mini bottiglie di Jim Beam e Maker’s Mark registrata da Suntory Global Spirits e la decisione di Diageo di proporre Don Julio 1942 anche nel formato da 50 ml.
Secondo quanto riportato dal WSJ, anche ALB Vodka avrebbe triplicato nel primo trimestre le vendite delle proprie bottiglie “airplane-size”, con il formato da 50 ml nettamente più richiesto rispetto alle versioni tradizionali.
Se in passato il consumo di alcol e l’esperienza sociale coincidevano quasi completamente con il fuori casa, oggi queste due dimensioni sembrerebbero iniziare a separarsi progressivamente, creando nuove pressioni economiche sull’Horeca e soprattutto sulla sua componente più redditizia: il beverage.
Qualora il fenomeno dovesse consolidarsi anche oltre gli Stati Uniti, in un contesto caratterizzato da inflazione, minore potere d’acquisto e consumatori sempre più attenti alla gestione della spesa discrezionale, alcune categorie potrebbero risultare più vulnerabili di altre, in particolare quelle maggiormente legate alla permanenza e alla convivialità del consumo fuori casa, vino incluso.

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