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Bar Leone, la semplicità pop che ha conquistato il mondo da Hong Kong

In attesa di partire per Amsterdam e la prima edizione europea dei 50 Best Bars Nicole Cavazzuti intervista il fondatore di Bar Leone Lorenzo Antinori.

Tra i locali più godibili in cui mi sia capitato di entrare negli ultimi anni c’è senza dubbio Bar Leone di Hong Kong, primo al mondo nel 2025. Oltrepassarne la porta vuol dire trovarsi catapultati in un bar di quartiere italiano dei primi anni Ottanta: videogiochi, musica leggera, manifesti, cimeli, insegne d’epoca e drink fatti bene.

Aspettando i 50 Best europei di Amsterdam, la mente corre a Hong Kong

Mentre attendo di partire per Amsterdam, dove verranno svelati i migliori bar del continente — la cerimonia inaugurale di Europe’s 50 Best Bars, la prima di sempre, è in programma il 30 giugno —, il ricordo riaffiora alla mia tappa da Bar Leone, cocktail bar aperto dall’italiano Lorenzo Antinori.

L’ho frequentato in due occasioni: la sera che ha preceduto il trionfo e, di nuovo, due giorni più tardi, nel pomeriggio, quando ormai il riconoscimento di miglior bar del pianeta era cosa fatta.

A meno di 48 ore dall’atterraggio in città l’ho raggiunto a tarda sera insieme al mio ex direttore di C6 TV e, malgrado la stanchezza, mi sono concessa ben due drink: merito della musica, del clima informale e di quella leggerezza contagiosa che di rado si incontra nei locali tanto acclamati.

La seconda volta, invece, dopo pranzo, per raccogliere a caldo le parole di Lorenzo a ventiquattr’ore dalla vittoria.

L’intervista a Lorenzo Antinori

«Bar Leone è un grande contenitore di cultura pop», mi ha raccontato Antinori. «Volevamo che il bar, gli interni e l’anima stessa del locale fossero circondati da stampe, memorabilia, vecchi poster cinematografici e oggetti legati al nostro passato».

Nella visione di Antinori, in sostanza, Bar Leone andava pensato come una casa.

«L’idea era ricreare un’atmosfera nostalgica», ha precisato. «Per me il bar doveva essere un salotto. Un posto in cui le persone potessero entrare, abbassare la guardia, sentirsi subito a proprio agio e godersi l’esperienza senza rigidità».

Un salotto all’italiana tra manifesti, Campari Soda e Totti

Lo stacco è netto. All’esterno scorrono i vicoli brulicanti di Hong Kong, un intreccio di insegne, scalinate, grattacieli e lembi di giungla. Varcata la soglia, invece, si è in Italia, dentro un bar rionale degli anni Ottanta: pavimento a piccole mattonelle bianche e nere, tavolini ravvicinati, sedute da bistrot, boiserie nei toni del legno, lampade dalla luce calda, armadi a vetrina, pareti tappezzate di cornici, scatti, poster e insegne.

Non possono mancare una maglia di Totti numero 10 incorniciata come una reliquia pop e un vecchio cabinato da sala giochi, uno di quegli arcade anni Ottanta che parrebbero arrivati da un bar di provincia.

«Volevamo riportare dentro il locale anche quel tipo di memoria», mi ha confidato Lorenzo. «Non solo i poster, non solo le bottiglie o le insegne, ma anche gli oggetti che appartenevano al nostro immaginario quotidiano».

La musica come soglia d’accesso

La colonna sonora è uno dei segreti che spiegano il successo di Bar Leone.

«La musica è fondamentale», ha ribadito Antinori. «Non è un sottofondo qualunque. È una parte dell’esperienza».

La selezione poggia su grandi titoli italiani, canzoni incise nella memoria condivisa: Mina, Lucio Battisti, Lucio Dalla. Per chi è italiano equivale a un rientro a casa. Per un avventore di Hong Kong o per un viaggiatore di passaggio diventa invece una soglia che apre su un altro mondo.

Pur senza afferrare ogni parola, si avverte quella gioia un po’ disordinata che è parte integrante della cultura italiana.

I grandi classici, eseguiti a dovere

Che cosa si ordina nel bar più premiato del mondo?

«I grandi classici, fatti come si deve e qualche signature».

Sulla lavagna a fianco del bancone compaiono Sazerac, Vieux Carré, Hanky Panky, Daiquiri, Stinger, Between the Sheets. Classici eleganti e tutt’altro che banali.

Sul fronte delle proposte d’autore, si passa dal Bicycletta Spritz al Filthy Martini, dal Milan with a View all’Olive Oil Sour.

L’erogatore vintage del Vecchio Amaro del Capo

A strappare un sorriso è anche la spina di Vecchio Amaro del Capo, servito a -20 gradi, secondo il rituale.

Lorenzo l’ha rincorso a lungo: pretendeva un esemplare autentico degli anni Ottanta, non una banale replica.

«Per noi quella macchina è quasi un simbolo. È un oggetto pop, immediato, riconoscibile. Racconta un’abitudine italiana molto precisa: il dopo cena, l’amaro freddissimo, il gesto semplice di bere qualcosa insieme».

La focaccia con la mortadella

Anche la cucina segue lo stesso filo. Niente fine dining, niente finger food costruito per stupire.

Il menu parla la nostra lingua: olive affumicate, crostini, arancini, meatball marinara, Italian Fried Chicken, tortellini mac and cheese, fries arrabbiata. Ma il vero protagonista è la focaccia con la mortadella, accompagnata da whipped ricotta e pickled chillies.

In calce alla carta, una riga sintetizza alla perfezione l’indole del locale: “Mortadella cured my life”.

L’ho provata e posso garantire che supera parecchie focacce alla mortadella assaggiate a Bologna.

Perché Bar Leone piace così tanto

In definitiva, la fortuna di Bar Leone risiede nella sua doppia chiave di lettura.

Per l’italiano — expat, viaggiatore o semplice nostalgico — il locale agisce come un riparo emotivo. Il cabinato arcade, i manifesti, la colonna sonora di Lucio Dalla, il rito dell’amaro a chiusura di pasto e la focaccia con la mortadella compongono uno spazio familiare, immediato, rassicurante.

Per il pubblico straniero, al contrario, si trasforma in un tuffo in un Made in Italy autentico.

Lorenzo Antinori ha selezionato l’Italia più canora, pop, gustosa e sentimentale e l’ha trasferita a Hong Kong senza tradirne l’essenza.

Bar Leone è un bar semplice. Ed è esattamente in questo che si annida la sua forza

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