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India, la nuova frontiera del cocktail: Singhal e il cambiamento in atto

L’India della mixology alla conquista della scena internazionale. Nicole Cavazzuti intervista Archit Singhal, fondatore di New Delhi Cocktail Week e Bar Show.

L’India della mixology sta attraversando una trasformazione profonda. Archit Singhal, presidente dell’India Bartenders’ Guild e fondatore della New Delhi Cocktail Week e del Bar Show, è tra i protagonisti di questo cambiamento: costruire connessioni, formare talenti e dare visibilità internazionale a una scena che fino a pochi anni fa restava confinata entro i propri confini nazionali.

Il quadro che Singhal descrive è quello di un settore in accelerazione. “L’industria dei bar in India è sul punto di vivere una crescita esponenziale, con un futuro molto luminoso davanti a sé”, afferma. I riscontri sono già tangibili: indirizzi indiani compaiono con crescente frequenza nelle classifiche internazionali, non solo nelle grandi metropoli storicamente più riconosciute, ma anche in città emergenti che stanno costruendo una propria identità nella cultura del bere miscelato.

Il nodo storico da sciogliere riguarda la rappresentanza globale. “Storicamente, la bar community indiana è stata sottorappresentata a livello internazionale. Ma con la nascita di piattaforme come IBG e con il supporto della IBA, stiamo finalmente integrando l’India nella comunità globale”. La strada passa per advocacy, competizioni e formazione professionale, con l’obiettivo di accompagnare i talenti locali verso una visibilità che oggi appare concretamente raggiungibile. “Entro il 2030 vedremo una nuova ondata di campioni indiani affermarsi sulla scena internazionale”.

In questo percorso, Nuova Delhi occupa una posizione centrale. La capitale non è soltanto un simbolo, ma il cuore di un sistema urbano più esteso che comprende Gurgaon, Noida e Faridabad, tutte aree in rapida espansione. “Nuova Delhi è il palcoscenico ideale per questa evoluzione”, osserva Singhal. “A differenza di Bombay o Bangalore, Delhi si trova al centro della rivoluzione dei bar in India”.

La visione strategica di Singhal va però oltre la semplice esportazione di talenti. L’obiettivo è trasformare l’India in un polo di attrazione per la mixology internazionale. “L’India ha bisogno di una piattaforma globale per l’eccellenza nel cocktail. Più che mandare pochi bartender all’estero, dobbiamo creare una competizione capace di portare i bartender del mondo in India”. Una prospettiva che trova riscontro nell’interesse crescente che il Paese suscita all’estero, grazie alla sua eredità culturale e alla straordinaria diversità di ingredienti e tradizioni.

Restano criticità strutturali da affrontare: disponibilità limitata di ingredienti premium, strumenti professionali e vetreria di alto livello. Eppure è proprio in questo spazio di tensione tra vincoli infrastrutturali e ricchezza culturale che si apre un terreno fertile per la creatività. “L’India è una terra di spezie ed erbe. Invito i bartender ad abbracciare questi ingredienti locali e a inserirli nelle loro creazioni”.

Il vero elemento differenziante, secondo Singhal, è generazionale. “Il fattore X che rende la mixology indiana competitiva con Singapore o Londra è la creatività, l’energia e una fame inesauribile di imparare”. Una nuova leva di bartender che sa combinare tecnica internazionale e sensibilità locale, producendo una proposta riconoscibile e originale.

La traiettoria è tracciata con chiarezza: “Se resteremo uniti e concentrati su questo obiettivo, entro il 2030 la mixology indiana sarà una forza globale”. L’India della mixology non si presenta più come una realtà emergente in attesa di riconoscimento, ma come un ecosistema maturo che ha iniziato a rivendicare con decisione il proprio spazio sulla scena mondiale.

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