La cachaça brasiliana nasce negli anni Trenta del Cinquecento, quando i colonizzatori portoghesi installarono i primi alambicchi di rame lungo la costa per distillare la garapa azeda, il vino di zucchero di canna fermentato, trasformandolo in aguardente de cana. Secondo lo storico Marcelo Câmara, già nel 1533 Martim Afonso de Sousa e i suoi collaboratori avviarono la produzione nei primi zuccherifici coloniali di São Jorge dos Erasmos, Madre de Deus e São João, dando vita al distillato che sarebbe diventato il simbolo del Brasile.
La storia della cachaça si intreccia con la colonizzazione portoghese del Nuovo Mondo e lo sfruttamento delle sue risorse naturali. Dopo la scoperta del Brasile all’inizio del XVI secolo, il Portogallo impiegò circa trent’anni prima di occuparsi concretamente del territorio. In quel periodo l’attenzione della corona era rivolta soprattutto all’Asia e alle rotte delle spezie: il Brasile appariva come una terra lontana, utile più come risorsa occasionale che come progetto coloniale strutturato.
A catturare l’interesse della monarchia fu la presenza abbondante del pau-brasil, albero da cui si ricavava una preziosa tintura rossa, molto richiesta dalla nobiltà europea per la colorazione dei tessuti. Questa scoperta spinse il Portogallo a rivendicare il monopolio sull’esportazione del legno. Tuttavia, il valore del pau-brasil attirò rapidamente anche corsari e mercanti inglesi e francesi, che iniziarono a saccheggiare le coste e a contrabbandare il legname, in particolare nella regione di São Vicente. Per anni le foreste brasiliane furono depredate senza controllo, fino a quando la monarchia comprese la necessità di una colonizzazione ufficiale.
Nel 1530 il re Giovanni III inviò in Brasile Martim Afonso de Sousa con l’incarico di esplorare il territorio e fondare insediamenti stabili. A ciascuna capitaneria vennero assegnate terre da sviluppare e sfruttare in nome della corona. Fu lungo la costa, da nord a sud, che sorsero le prime piantagioni di canna da zucchero, destinate a cambiare per sempre la storia economica e culturale del Brasile.
Secondo lo storico Marcelo Câmara, già nel 1533 Sousa e i suoi collaboratori – tra cui Pero Lopes de Sousa, Francisco Lobo, Vicente Gonçalves ed Erasmo Shetz di Anversa – installarono tre zuccherifici nelle aree di São Jorge dos Erasmos, Madre de Deus e São João. Accanto a questi impianti fecero costruire alambicchi in rame, destinati a distillare la garapa azeda, il vino di zucchero di canna, trasformandolo in aguardente de cana: quella che presto sarebbe stata chiamata cachaça.
Portare con sé un alambicco non era un capriccio, ma una necessità. Per i coloni e i conquistadores, la distillazione rappresentava una risorsa fondamentale: l’alcool serviva come medicamento, come mezzo per rendere potabile l’acqua e come bene di scambio. Con un manuale stampato e una buona scorta di canna da zucchero, produrre lo spirito di canna diventava un’operazione semplice e quotidiana. Non a caso, i resti della prima distilleria di cachaça del Brasile, a São Jorge dos Erasmos, sono stati rinvenuti dagli archeologi e oggi sono visitabili, testimonianza concreta delle origini di questa bevanda.
Il mercato per la cachaça era già pronto. L’aumento degli scambi marittimi di zucchero e di altri prodotti brasiliani, insieme alla crescita della popolazione coloniale, favorì una rapida diffusione delle distillerie. Tra il 1585 e il 1629, il numero di distillerie brasiliane passò da 192 a 349, segno di un successo economico e sociale inarrestabile.
La cachaça non conquistò solo i mercati, ma anche gli spiriti. Uno dei suoi primi e più illustri estimatori fu il poeta portoghese Francisco de Sá de Miranda, fratello di Mem de Sá, terzo governatore generale del Brasile. Figura centrale della letteratura portoghese, Sá de Miranda introdusse forme poetiche come il sonetto e l’elegia nella lingua lusitana. Durante un soggiorno presso la residenza di Quinta da Tapada, assaggiò per la prima volta la cachaça – probabilmente un dono del fratello – e ne rimase così colpito da citarla in versi in una lettera al suo ospite. È proprio in quei versi che compare, per la prima volta nella storia scritta, la parola cachaça.
Così, tra canna da zucchero, alambicchi di rame e poesia, nacque una bevanda destinata a diventare simbolo di identità, resistenza e dolcezza della vita brasiliana.


